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Udine 29/09: duemila anime, un solo grido: NO HARLAN! NO VIVISECTION!

Sabato 29 settembre si è svolta a Udine, con il patrocinio del Comune, la manifestazione Internazionale “NO HARLAN! NO VIVISECTION!”, contro Harlan, multinazionale della vivisezione, che ha una sede proprio nella provincia di Udine, a San Pietro al Natisone.

Duemila anime, provenienti da tutta Italia (una decina di pullman arrivati da Puglia, Sardegna, Lazio, Toscana) e da Austria, Germania, Croazia, Svizzera, unite in un solo coro di indignazione.
Una manifestazione completamente pacifica e nonviolenta dall’inizio alla fine, magistralmente organizzata in due mesi dal gruppo “NO HARLAN GROUP – UDINE”. Tante le associazioni presenti, tra cui LAV, ENPAOIPA, ANIMAL AMNESTY, LA VERA BESTIA, ANIMALISTI ITALIANIASS. IMPERATRICE NUDA, e molte altre. In 2000 per dire BASTA alla vivisezione, BASTA alla violenza, BASTA a una scienza irresponsabile!

Ragazzi e ragazze, uomini e donne di ogni età, bambine e bambini, cani e persino una maialina nera di nome Camilla, tutti a marciare insieme tra gli slogan urlati che hanno fatto tremare la città di Udine.

Un corteo durato due ore, conclusosi a Piazzale del Castello, dove ad aspettare c’erano i banchetti di “No Harlan Group” (da cui poter ricevere specifiche informazioni, sottoscrivere petizioni, lasciare contributi) e la conferenza “HARLAN, multinazionale della vivisezione: le ragioni del NO”, presieduta da Massimo Tettamanti (chimico ambientale e criminologo forense, responsabile nazionale della riabilitazione animali da laboratorio) e dal filosofo Leonardo Caffo (Università degli Studi di Torino) presso la Loggia del Lionello.

Sinceri ringraziamenti vanno al Comune di Udine che ha dato il suo totale appoggio alla causa.

Quello che non ci dicono è che ogni anno il 75% dei farmaci testati sugli animali non passa i test sull’uomo. Metà di quello che viene poi effettivamente commercializzato viene ritirato in fretta dal mercato perché si rivela pericoloso (menomazioni permanenti, rischio di morte, morte). Tutti i farmaci prima di essere messi in commercio vengono comunque testati su esseri umani. Dove? Nel Terzo Mondo, dove persone povere e disperate vendono il loro corpo a favore della sperimentazione, per poter raccogliere qualche soldo e mantenere così la propria famiglia.

Una scienza violenta e sfruttatrice può essere considerata responsabile? È questa la scienza che vogliamo? Pensiamoci!

Il prossimo corteo è previsto per il 20 ottobre a Correzzana (Monza Brianza).
A breve tutte le info sul la pagina FB di “Contro Green Hill“.

Siete tutti invitati, solo partecipando numerosi abbiamo la speranza di poter dire BASTA a questo inferno! Se ci impegneremo e saremo uniti, Harlan – come Green Hill – avrà le ore contate!

Giulia Pellegrin

STOP alle ordinanze liberticide / Firma subito la petizione!

Come succede ormai da qualche anno, anche l’estate appena terminata è stata segnata, a Verona, dalla tristemente nota questione degli insensati divieti che hanno trasformato – in nome del decoro e della decenza – la città in un carcere a cielo aperto.

Grazie all’ordinanza “anti-panini” del luglio 2007 e alle modifiche del Regolamento di Polizia Urbana approvate dal consiglio comunale con la delibera n. 60 del 22 settembre 2011, l’amministrazione ha pensato bene di proibire il consumo di cibo (panini, patatine, pizze, kebab, toast e simili) in prossimità di monumenti e luoghi di particolare interesse – dove naturalmente è vietato pure mettersi a sedere o riposare. A completare il quadro proibizionista non poteva mancare il divieto di consumare bevande alcoliche di qualsiasi gradazione in moltissime zone del centro, nonché in tutti i giardini e parchi pubblici del Comune.

Altro punto qualificante del regolamento è il tentativo di nascondere la povertà, espellendo dal centro le cittadine e i cittadini che incarnano il disagio, infatti “in tutto il territorio comunale e in particolare nel centro storico in prossimità di monumenti e luoghi turistico-culturali e lungo le principali strade che conducono al centro città non sono consentiti l’accattonaggio e richiesta di elemosine”. La sanzione prevista? Ai “trasgressori” verrà naturalmente sequestrato il denaro raccolto – ovvero i pochi spiccioli per acquistare qualcosa da mettere sotto i denti. Insomma, anche Flavio Tosi, nonostante non perda occasione per esaltare i valori cristiani, preferisce relegare la carità, una delle tre virtù teologali, ai margini della città, lontano dagli occhi di benpensanti moralisti e perbenisti, che potrebbero restare offesi dalla vista di tanto squallore.

Se gli ignari turisti e gli spensierati studenti devono prestare attenzione a non incorrere in sanzioni ben più salate delle porcherie che intendono criminalmente ingurgitare all’ombra della Gran Guardia, è evidente come ben più duramente questi provvedimenti colpiscano le fasce più deboli della società: da una parte senza tetto, mendicanti e nullatenenti, dall’altra cittadine e cittadini stranieri che ancora oggi vivono abitualmente le piazze e i parchi come luoghi di aggregazione, condivisione, socialità e convivialità e che ora si vedono criminalizzati semplicemente per il loro stile di vita.

Per non essere costretti tra un anno ad assistere, ancora una volta, alla sterile polemica “panini si / panini no”, lanciamo oggi una petizione per chiedere l’abrogazione  in nome del decoro e della decenza!  di quegli articoli del Regolamento di Polizia Urbana che vietano di vivere liberamente la città.

CLICCA SULLA FOTO PER LEGGERE E SOTTOSCRIVERE ORA LA PETIZIONE:

alter ego club chiude / la lotta per le libertà inizia ora

ALTER EGO CLUB chiude, chiude per sempre.
Tempio dell’underground conosciuto in tutta Europa, lo storico locale della collina è stato per 23 anni l’unico club veronese a proporre musica d’avanguardia. Luogo onirico di sperimentazione pura, non è mai stato solo una discoteca, non si è mai trattato “solo” di musica, ALTER EGO ha sempre rappresentato una filosofia di vita, è sempre stato un inno alla libertà.

Il 1° giugno 2012, dopo anni di continue lotte, dopo anni di persecuzioni da parte delle Forze dell’Ordine, in nome della follia proibizionista, il locale chiuderà per sempre. La situazione non è più sostenibile, da una parte la legge opprimente, dall’altra una clientela troppo spesso irresponsabile. I gestori hanno capito che forse non ne vale più la pena.

I clubbers che negli anni ’90 arrivavano puntualmente ogni fine settimana da tutta Italia, per anni sono stati etichettati come “fattoni & sbandati”, ma altro non erano che visionarie e visionari – certo aliene e alieni secondo gli standard cattolico-reazionari che vanno per la maggiore – che già da sempre vedevano la società come ancora oggi troppi fanno fatica a concepirla, ovvero aperta e libera, una società nella quale etichette come omosessuale-credente-benestante-straniero-transessuale-diverso-povero-eterosessuale-ateo non sono metro di misura del valore delle persone, una società consapevole della ricchezza delle molteplici diversità che la abitano.

Certo, c’erano pure le sostanze psicoattive, sarebbe ipocrita negarlo, c’erano e nella maggior parte dei casi venivano assunte responsabilmente, ovvero conoscendone e ricercandone gli effetti, con la consapevolezza degli inevitabili rischi. Nessuna apologia della droga, semplicemente si prende atto del fatto che la ricerca degli stati alterati di coscienza è una costante nella storia dell’umanità e nella società contemporanea il fenomeno è più diffuso che mai: serve informazione, serve responsabilizzazione degli individui. Le nostre istituzioni hanno sempre fatto – ancora stanno facendo – esattamente il contrario: disinformazione, criminalizzazione e repressione.

Negli anni la clientela del locale è cambiata, quelli che dovrebbero essere i nuovi visionari, incarnano – vero e proprio mutamento antropologico! – lo stereotipo che per decenni la propaganda proibizionista ha propugnato: un esercito di sballati inclini alla rissa. Anni e anni di insensato proibizionismo, violenta repressione e sistematica disinformazione sull’uso delle sostanze psicoattive hanno portato alla ghettizzazione dei consumatori di sostanze illegali, con la conseguente estremizzazione del fenomeno che si concretizza troppo spesso nell’assunzione di sostanze fine a se stessa. I proibizionisti hanno contribuito a dare forma e vita ai mostri dei loro deliranti incubi e ora questi mostri non possono che essere combattuti.

Naturalmente non tutte le ragazze e i ragazzi hanno abbandonato la filosofia del club, ALTER EGO continua, nonostante tutto, ad essere un luogo sacro dell’underground, ed è proprio questo che spaventa, è proprio questo quello che i proibizionisti hanno sempre combattuto. Non è la “droga” ad averli spaventati, quella la si trova in tutti i locali – nei bar, nei pub, nelle parrocchie, nei circoli – eppure non tutti vengono perseguitati come è successo al locale della collina. Il vero bersaglio è ed è sempre stata l’utopia che ALTER EGO rappresenta, ovvero il sogno di una società in cui pregiudizio, bigottismo, perbenismo e moralismo decadono lasciando spazio, semplicemente, alla libertà.

ALTER EGO CLUB chiude, chiude per sempre, ma la lotta per le libertà continua.

Già nei mesi scorsi, con il gruppo Verona Eretica, è stato lanciato un appello per fare di Verona una città libera, laica e europea. Purtroppo in pochi hanno risposto e molte e molti giovani hanno detto di non essere interessati alla politica. Non avevano capito che la politica riguarda tutte e tutti, la politica ci tocca da vicino, decide delle nostre vite.

Andrea Oliva, nel flyer della chiusura, scrive “VI STANNO RUBANDO LA LIBERTÀ”, io vi dico ora “LOTTIAMO PER LE NOSTRE LIBERTÀ”. Non posso quindi che invitare, chi ha dato vita al Sogno di ALTER EGO e chi l’ha vissuto, a scendere in campo, perché non si può più aspettare, non si può stare a guardare, lamentarsi non serve, è necessario agire!

Concretamente che fare?
Chiariamo da subito che non è questione di “destra o sinistra”, ma di “liberali o illiberali”.
Io non mi occupo di politica da molto, ma mi sono reso conto che le idee per le quali oggi mi batto sono esattamente le stesse che ho vissuto concretamente, per anni, durante le folli notti trascorse in collina. Cos’è stato il locale della collina se non un simbolo di libertà & uguaglianza? E non c’è dubbio che in Italia gli unici ad aver sempre e comunque lottato per le libertà individuali e i diritti civili sono solo e soltanto i Radicali.

Non si deve aver paura di schierarsi perché, se è vero che metterci la faccia può voler dire non essere ben visti da tutti, CHI MAI SE LA PRENDERÀ CON NOI SE DIFENDEREMO QUESTE IDEE? Chi se non quelle persone che della filosofia del club non hanno capito nulla e che, negli anni, hanno rovinato, il locale? Chi se non ragazzini che dicono “oh che bella la House Music” e poi si dimostrano intolleranti verso omosessuali e stranieri? Ma carissimi, lo sapete che i Padri della House Music sono in gran parte omosessuali di colore?! Chi se non Ragazzini violenti e rissosi che si sfondano di alcool e sostanze psicoattive di ogni tipo e genere ma che poi inneggiano a movimenti proibizionisti e reazionari?

La libertà è una questione troppo seria per preoccuparsi del giudizio di persone come queste, è necessario prendere posizione, è necessario metterci la faccia, anche se costa fatica, tempo e denaro!
A Verona i Radicali CI SONO!

METTIAMOCI AL LAVORO!

Mattia Da Re

Agenti e cani antidroga . Repressione e proibizionismo entrano nelle scuole

Ancora una volta le forze dell’ordine, in collaborazione con i dirigenti scolastici di alcuni istituti veronesi, hanno inscenato controlli antidroga tra i banchi delle scuole. Proviamo a capire qual è il senso di queste operazioni.

Controlli o operazioni di marketing?

Gianpaolo Trevisi, dirigente della squadra mobile, ha dichiarato che «i controlli servono a far restare buono il nome della scuola», ma questo è vero solo a metà: se le scuole controllate dovessero finire in prima pagina per “fatti di droga”, di sicuro nella società moralista, bigotta e perbenista, che preferisce nascondere la testa sotto la sabbia, queste scuole verrebbero etichettate come luoghi pericolosi e questo sicuramente non farebbe piacere ai dirigenti scolastici.

Questo stranamente non accade mai, i controlli risultano sempre negativi, i cani non individuano nemmeno qualche grammo di sostanze illegali. Allora, viste le statistiche di consumo di sostanze psicoattive tra giovani e giovanissimi, delle due l’una: o gli istituti controllati (in questo caso ITIS G. Ferraris e l’istituto M. Buonarroti) sono isole felici, oppure gli studenti dovevano essere a conoscenza dell’arrivo degli agenti, e hanno lasciato per una mattina a casa le sostanze proibite.

Trevisi, che sicuramente ha esperienza in merito, trova veramente plausibile che – parlando per esempio dell’istituto Ferraris che tra studenti, insegnanti e altro personale arriva a 1000 persone – nessuno sia stato trovato in possesso nemmeno di una canna?

Operazioni tre volte dannose

  1. Dannose perché offrono un’immagine assolutamente falsa dell’ambiente delle scuole, presentate come luoghi dove non si consumano sostanze illegali, quando è palese che le cose stanno diversamente. Molto meglio sarebbe mettere in evidenza il fenomeno e fare informazione per responsabilizzare le e i giovani.
  2. Dannose perché, nonostante Gianpaolo Trevisi sostenga che i controlli servono da prevenzione e deterrente e che «intervenire in tempo può far evitare guai maggiori ai giovani», dopo 50 anni di repressione è evidente che il proibizionismo ha fallito (Global Commission on Drug Policy Report).
  3. Dannose perché accentuano l’odio che i ragazzi provano nei confronti delle forze dell’ordine. E’ sufficiente parlare con i giovani per scoprire cosa pensano di polizia e carabinieri…………. Effettivamente come può non essere così, finché un consumatore di sostanze psicoattive si sente in pericolo di vita (Aldo Bianzino, Stefano CucchiFederico Aldrovandi e molti altri insegnano…) ogni volta che vede un lampeggiante?

Se il controllo fosse finito diversamente, se qualcuno fosse stato in possesso di qualche grammo di erba, cosa sarebbe successo? Una cosa è certa, non si sarebbe certo aperto un dibattito informativo sui rischi collegati all’uso e abuso di sostanze psicotrope. E’ veramente questo il modo migliore far fronte a quello che, al limite, deve essere considerato un problema sanitario?

Se il dirigente della squadra mobile Gianpaolo Trevisi ha ringraziato «quei presidi che chiedono di andare a fare dei controlli», noi ringraziamo quei presidi – pochi, come dice Trevisi – che hanno espresso delle perplessità in merito.

Le scuole dovrebbero essere luogo di cultura, dibattito, formazione, informazione e responsabilizzazione, non teatro di operazioni di polizia con tanto di controlli “zaino per zaino”.

Mattia Da Re
(Tesoriere di Radicali Verona)

ps – solita cinica domanda: quanto ci costano queste spettacolari operazioni da film?

«Internet è come la droga» / gli “esperti” demonizzano il web

Allarmismo, proibizionismo, repressione. Ancora una volta le corporazioni degli “esperti” puntano alla patologizzazione e alla medicalizzazione – quando non alla criminalizzazione e alle repressione – della quotidianità di milioni di cittadine e cittadini.

A (ri)lanciare l’allarme sulla pericolosità di internet due psicologhe veronesi che, in un articolo goebbelsianamente perfetto di Elisa Pasetto, pubblicato sul giornale L’Arena di martedì 1 febbraio, demonizzano il web dipingendolo come un luogo di perdizione, una versione 2.0 delle bibliche Sodoma e Gomorra.

Non parlare di demonizzazione è veramente impossibile, l’articolo apre citando lo stupro di una dodicenne adescata in rete – certo un caso grave, ma che non dipende dalla rete in sé: come è noto la maggior parte delle violenze sessuali su minori si consuma tra le pareti domestiche, a scuola o in parrocchia. In ogni caso tutto questo non c’entra nulla con le eventuali presunte dipendenze che dovrebbero essere il tema dell’articolo.

A sostegno della patologizzazione dell’utilizzo di internet viene fatto presente che a partire dal 2012 verrà inserito nel famigerato Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders lo Iad (Internet addiction disorder), ovvero la dipendenza da Internet. Non viene ricordato però che, giusto per fare un esempio, nel DSM anche l’omosessualità è stata classificata per decenni tra le “deviazioni sessuali” (insieme a pedofilia e necrofilia) e solo nel 1987, in mancanza di prove scientifiche (come spesso accade in psicologia), è stata eliminata dall’elenco delle deviazioni mentali.

Le “esperte” ci fanno sapere che per quanto riguarda le “tecnodipendenze” «esistono tre stadi. Si parte con una curiosità nei confronti della rete, che porta a un coinvolgimento sempre più costante. Finché subentra il bisogno compulsivo di compiere l’atto di connettersi […] così come un tossicodipendente ha bisogno di assumere una sostanza chimica», tutto questo assomiglia ai 4 stadi individuati dal pittoresco dr L. Ron Bumquist per quanto riguarda la società della cannabis nel celebre film Paura e delirio a Las Vegas. Quando è un “esperto” a parlare, come dubitare?

Ma non è finita qui, «nel caso delle “tecnodipendenze” si verifica prima un processo di sostituzione della realtà con quella virtuale, nella quale poi la persona tende a rifugiarsi per fuggire dalla vita reale» e la causa di tutto ciò è semplice: «Nella quasi totalità dei casi sono problemi relazionali, che insorgono spesso dopo grosse delusioni lavorative o amorose». Che dire, un’analisi farcita di luoghi comuni che circolano solitamente tra chi non non “naviga”. Le “esperte” non considerano il lato terapeutico della rete: persone che per le motivazioni più diverse tendono a uscire poco di casa, hanno proprio grazie alla rete la possibilità di parlare e confrontarsi potenzialmente con “il mondo intero”, di conoscere persone nuove – magari più interessanti di quelle conosciute “dal vivo” – e ritrovare così lo stimolo ad uscire nuovamente, incontrando – perché no?! – proprio le persone conosciute on-line (che non necessariamente sono maniaci-stupratori-pedofili-serial killer-necrofili-cannibali).

Ora che lo dice anche il DSM, è chiaro che un problema ci dev’essere: «Perché di problema si tratta», prosegue l’articolo, «se è vero che il 51% dei ragazzi dichiara di utilizzare la chat come strumento per trovare nuovi amici, il 44% si dice disponibile a chattare anche con estranei e ben il 73% confida di aver voglia di incontrare le persone conosciute online, con tutti i rischi del caso». Le psicologhe sostengono quindi che sia problematico il fatto stesso che percentuali considerevoli di ragazzi e ragazze utilizzino le chat per fare nuove conoscenze. Ma non era l’eventuale “dipendenza” il problema? Oltre a questo, pure i conti non tornano: se solo il 44% degli intervistati dichiara di essere disponibile a chattare con estranei, com’è possibile che il 51% degli stessi utilizzi la chat per trovare nuovi amici? E ancora, com’è possibile che ben il 73% dichiari di voler incontrare le persone conosciute in rete se solo il 44% è disponibile a parlare con sconosciuti in chat? Se questo 73% si riferisce solo a chi è disponibile a chattare con estranei, allora la percentuale di chi vuole incontrare le persone conosciute in chat è ben più bassa. Ferma restando l’incongruenza tra i primi due dati e i dubbi sul terzo, una certezza ci resta: le ragazze e i ragazzi vivono a stretto contatto con i propri famigliari e qui, sostenuti dalle statistiche, possiamo veramente dire: con tutti i rischi del caso.

Se c’è una patologia ecco pronta anche la terapia, che è «del tutto simile al percorso di reinserimento di un tossicodipendente». E naturalmente non può mancare la prevenzione: le psicologhe Daniela Panacci e Karen Manni hanno pensato anche a questo, ideando un progetto che, in collaborazione con l’assessorato all’Istruzione del Comune, porteranno nelle scuole per sensibilizzare studentesse e studenti.

Ma non è tutto: le “esperte” dichiarano che è necessario distinguere le “false” dalle “vere” emozioni, naturalmente grazie all’intervento di persone qualificate (fa fede l’iscrizione all’Ordine Professionale) che possono dare «una vera e propria educazione alle emozioni promuovendo i rapporti interpersonali in risposta all’isolamento. Per far capire che le false emozioni che si vivono in rete non possono in alcun modo sostituire un brivido o un batticuore reali». Le due psicologhe trascurano il fatto che le emozioni sono dovute a processi neurofisiologici ed è impossibile parlare di “false emozioni”. Un’emozione è semplicemente quello che una persona “sente”, indipendentemente dallo stimolo che la induce. Il brivido e il batticuore on-line non sono meno veri del brivido e del batticuore al parco. Una parola scritta in una chat può emozionare più di una carezza.

Volendo essere un peletto cinici una domanda sorge spontanea: quanto costerà questo progetto alle casse comunali?

E’ proprio il caso di dirlo…Game Over.

Mattia Da Re